Sunday, March 16, 2008

"Cheese" in Buran


Cheese in Italian

(traduzione di Ilaria Dal Brun)
Gopi fece la conoscenza del formaggio due anni dopo essere giunto a Kathmandu.
Prakash Babu tornava dalla Svizzera. Paese di miracolosi orologi che spaccavano sempre il secondo, non come l'ora del Nepal, in ritardo o in anticipo di qualche minuto. Paese gemello di montagne, immagine speculare di cime, ma molto più occidentalizzate, molto più moderne di quelle del Nepal, grevi di mitologia. Erano tutti convinti che le montagne della Svizzera dovessero essere un po' meglio, un po' più belle, un po' più civilizzate di quelle del loro povero, arretrato paese. Che il Nepal avesse le cime più alte del mondo non contava -l'altitudine era irrilevante, c'erano cose più importanti a cui pensare, la pulizia e l'igiene ad esempio. La modernità e la precisione. L'altitudine non contava, se si potevano avere le montagne più pulite, più asettiche, più moderne del mondo.
Prakash portava con sé una valigia piena di regali: maglie di cashmere, scarpe italiane di pelle, orologi al quarzo, uccelletti di legno che sbucavano fuori da casette di legno facendo "Cucù!", figurine di porcellana con secchi e zappe in rosa e oro. E infilata in una tasca laterale della valigia rigida di vinile, c'era la cosa più importante: un assortimento di oggettini della compagnia aerea, con il marchio a rilievo della compagnia stessa. D'altro canto, come sarebbe stato possibile provare di aver volato con una compagnia aerea senza portarsi via calzini color senape, mascherine nere per dormire, piccoli contenitori di plastica con marmellata d'arance, cucchiai e coltelli di plastica, mentine? Come sarebbe stato possibile convincere un paese di scettici miscredenti che quelle affermazioni erano vere al cento per cento? Certo, il cioccolato francese andava sempre bene, un concreto pezzo di amaro materiale straniero che ti si scioglie sulla lingua e che parla di distanza, viaggi, avventura, verità. Ma di questi tempi persino il cioccolato si poteva comprare in negozio e non rappresentava più un affidabile indizio di viaggio lungo e lontano. L'unica prova sicura, di questi tempi, era il formaggio.
Il formaggio destò un lieve scalpore in casa, a Mahaboudh, e diede inizio alle chiacchiere dei vicini prima ancora che Prakash Babu arrivasse. Sharmila, la novella nuora, era talmente elettrizzata da andare a vantarsene nientemeno che con Fulmaya, la signora del negozio di tè: "Prakash Babu ci ha scritto dicendoci che porterà del formaggio. formaggio dalla Svizzera, se ha presente. Ma come può fare un nepalese ad apprezzare il formaggio vero se non ne ha mai assaggiato?" Già in tarda mattinata Fulmaya, che davanti a un gustoso pettegolezzo non si era mai tirata indietro, aveva fatto circolare la storia del formaggio in tutto il quartiere. "I Tiwari continueranno a parlare del formaggio - formaggio dalla Surjya, se ha presente" diceva, imitando il tono sussiegoso della sposina, "- per i prossimi dieci anni". La vecchia che sedeva nella piccola macelleria accanto sbuffò. "Sì, Sanokanchi. Ma ad ogni modo chi cazzo si crede di essere quella scemetta? Il formaggio possono anche infilarselo in quel posto, per quanto c'importa. Tanto noi non ne vedremo mai neanche un pezzetto, no? No?"

Fu dunque in un quartiere trasudante pettegolezzi e risentimento che Gopi, il cugino decenne fatto venire dal villaggio per dare una mano in casa, mise piede per svolgere le sue mansioni quotidiane. I suoi compiti includevano:
1. Portare il vassoio di rame per l'anziana signora e trotterellarle dietro con la giusta andatura quando lei usciva a pregare, alle cinque del mattino.
2. Portare la legna, il carbone e gli sterpi affinché la nuora potesse accendere il fuoco.
3. Portare l'acqua dal pozzo fino al quinto piano, dove si trovava la cucina.
4. Tagliare le verdure, lavare il riso, mettere in ammollo le lenticchie, sgusciare i piselli e in genere qualunque altro lavoro impegnativo che si rendesse necessario in una cucina munita di mortaio, pestello e ben poco altro.
5. Accudire i bambini più piccoli e soddisfare le petulanti richieste di quelli più grandi; in generale, essere agli ordini di chiunque altro, in una famiglia di ventiquattro persone, avesse voglia di sfruttarlo diciotto ore al giorno.
6. Starsene zitto senza proferir verbo, a meno che non gli fosse rivolta la parola.
7. Addossarsi la colpa di tutto quello che andava storto, inclusi calamità, eventi della natura e follia genetica.
8. Sorridere e accettare tutto questo di buon grado ("Cosa credeva di venire a fare, l'impiegato statale, per starsene seduto a far niente?").

Prakash Babu tornò in una di quelle gelide mattine invernali in cui Gopi avrebbe solamente voluto rannicchiarsi e continuare a dormire. Ma la signora non glielo permise. "Gopi!" urlava affannata, stringendosi nello scialle di lana. "Va' a chiamare un taxi! Dai, muoviti! Tra un po' atterra l'aereo!" L'aereo sarebbe dovuto atterrare alle dieci del mattino ed erano solo le sette. La fitta nebbia ancora avvolgeva il lattaio che arrivava facendo tintinnare i contenitori del latte, ma Gopi non voleva litigare con Mami. Fuori casa, nel cortile coperto di muschio, i figli più grandi si mettevano in fila e chiacchieravano, mentre la madre li sollecitava a prepararsi.
"Gopi!", gridò la signora, irritata. "Perché i vasi non sono ancora stati portati qui fuori?"
"Li sto portando, Mami", rispose forte Gopi. La chiamava Mami, Madre, proprio come i figli. Loro erano parecchio più grandi di lui, che aveva semmai l'età dei nipoti. Pur tuttavia, la chiamava "Mami", uno stratagemma dei ricchi di Kathmandu per dare l'illusione che i parenti poveri venissero trattati come membri della famiglia, non come servi. Gopi diceva "Mami" con l'ironia di un ragazzino di dieci anni che sa qual è il suo posto nel mondo e non vede l'ora di cambiarlo.

Gopi corse con due vasi di rame colmi d'acqua e li collocò ai lati delle porte di legno. Per sbaglio, rovesciò dell'acqua. Ops. Beh, se qualche discolo di casa fosse scivolato e caduto, non è che gli sarebbe poi dispiaciuto tanto.
"Adesso va' a chiamare un taxi. Sbrigati, dai!" disse Mami, spargendo un po' di vermiglio e sistemando qualche fiore d'ibisco color rosa nei vasi, come solenne benvenuto al figliol prodigo.
Gopi aprì il grande, cigolante portone di lamiera e corse lungo il viottolo. Non era facile fermare un taxi. Pur senza nessun passeggero a bordo, furono in molti a oltrepassare quel ragazzino dalle scarpe sporche che si affannava a segnalare, prima che davanti a lui ne rallentasse uno di piccolo e ammaccato color turchese. "Dove, capo?" chiese il guidatore. Abbassò gli occhi alle consunte scarpe da ginnastica cinesi di Gopi, poi gli guardò quell'informe camicia da adulto sul corpo di un ragazzino decenne e sputò per terra.
"All'aeroporto" rispose Gopi. La voce era a metà tra la gioia di far sapere a quell'arrogante tassista di dover andare all'aeroporto, via d'uscita verso il paradiso di luoghi lontani, e il timore che l'uomo non azionasse il tassametro e gli facesse pagare il doppio, così che la signora si sarebbe arrabbiata ancora di più con lui.
"Oh". Le sopracciglia dell'uomo si arcuarono in un'espressione cordiale. "E il tipo viene da qui o da fuori?" chiese.
"Da fuori" rispose Gopi, fissando con noncuranza dal finestrino. "Fa' partire il tassametro, dai!"
"Ok, ok. E da dove arriva?" chiese il tassista, tornando a osservare l'aspetto smunto di Gopi dallo specchietto retrovisore.
"Svissira".

Gopi spalancò il portone di lamiera per far entrare il taxi, quindi aspettò che tutti - Mami, i suoi tre figli e i due nipoti - vi si pigiassero dentro, dopodiché si strinse nel sedile posteriore. Mami, che aveva forme generose, occupava più della sua legittima parte di sedile.
"Svizzera!" disse il figlio minore, pronunciando la parola come un riverente mantra alla figlioletta, seduta in braccio. "Tuo zio torna dalla Svizzera". "Cosa ci porta?" chiese Rukmini tutta eccitata, i codini che rimbalzavano su e giù. "Avrà di sicuro mangiato carne di manzo per tutto l'anno" brontolò il fratello maggiore dal sedile davanti. "Spero che non ne abbia anche portato con sé". "Ssst, Babu! Non parlare così oggi!" lo ammonì Mami, frugando nella borsa di plastica per controllare che le ghirlande di calendule e il vermiglio fossero a posto.

Gopi adorava andare all'aeroporto. Gli piaceva guardare attraverso le vetrate, così trasparenti che aveva paura di sbatterci contro. Gli piaceva l'odore che la gente si portava dietro, l'odore della stanchezza che si impregnava addosso dopo ore trascorse nella pressione dell'altitudine. E gli piaceva il rombo degli aerei che sollevavano la grossa pancia e decollavano, il corpo d'acciaio più leggero dell'aria. Il rumore degli aerei lo aveva udito per la prima volta un anno fa, quando era giunto a lavorare nella casa dei suoi lontani parenti, giù nella Valle. Era così forte da farlo scappare a nascondersi dietro la signora. Ora invece lo attendeva, amandolo e temendolo con uguale intensità.
Fece scivolare le dita lungo i divisori che tracciavano una linea di velluto rosso sangue tra nepalesi e stranieri. Sfiorò il vetro e osservò il radar ruotare per controllare quei magici atterraggi dal tetto di cemento dell'aeroporto di Tribhuwan.
Seguì i familiari e uscì sul tetto appena in tempo per vedere l'aereo della Royal Nepal sorvolare in cerchio la Valle una, due volte; un'aquila con ali d'acciaio che, come per miracolo, eludeva le cime dei colli. Poi atterrò. Minuscole persone con minuscole scalette gli corsero attorno, aprendo le porte. Gopi allungò il collo per vedere Prakash scendere dall'aereo. Quando tra la folla anonima ne distinse la sagoma lunga e magra, lo salutò con la mano e gridò forte come gli altri.
Prakash Babu uscì, salutò con un cenno e sorrise. Sembrava pallido ma in buona forma, con quell'indefinibile aspetto che accompagna chi trascorre del tempo in un paese straniero. "Babu! Quanto sei dimagrito!" disse l'anziana signora precipitandoglisi incontro, adornandolo con le ghirlande di calendule e spalmandogli generosamente in fronte il vermiglio. "Ama, attenta ai miei occhiali" disse lui cercando di schivare le calendule che gli avevano fatto bruscamente scivolare via le lenti, lasciandolo in un vuoto confuso e sfocato. La signora amava tantissimo il suo terzo figlio, dovette ammettere Gopi osservando la donna riposizionargli occhiali sul viso. Non era mai venuta a prendere in aeroporto nessun altro dei suoi figli quando tornavano da un viaggio, cosa che facevano spesso per lavoro.

Prakash però era stato in un paese straniero, al di là dell'oceano. A differenza dei fratelli, che avevano solamente valicato la frontiera con l'India, Prakash era andato in Europa. Il governo lo aveva scelto con altri nepalesi per andare a studiare presso la Scuola Alberghiera di Losanna, in Svizzera. Era un grande onore. Di recente il paese aveva aperto le frontiere al mondo esterno, facendo entrare per la prima volta un piccolo flusso di stranieri. In cambio, gli altri paesi avevano gentilmente messo a disposizione il loro sostegno e la Svizzera, che era tra questi, si era offerta di insegnare ai nepalesi le norme dell'ospitalità commerciale. L'aeroporto di Tribhuwan era stato costruito solo di recente e con un'unica pista, attorno alla quale, prima e dopo gli atterraggi, pascolavano ancora le mucche. Era un momento di incontri: un piccolo flusso di persone vi si riversava dentro da una direzione o dall'altra, portando storie di altri mondi, altri orizzonti, altri modi di essere.
Mentre lottava con le pesanti valigie Samsonite, Gopi notò che erano tappezzate di piccole etichette e variopinti adesivi. Swiss Air, Lufthansa, Air India, Royal Nepal. Lui non conosceva l'inglese né l'alfabeto della sua lingua, ma ne sapeva abbastanza da capire che erano i nomi delle compagnie aeree con cui Prakash Babu aveva appena attraversato il mondo.

Di ritorno a casa, Prakash Babu attese la sera, quando tutti i fratelli e le loro mogli erano rientrati dal lavoro, per aprire le valigie. Tutti confluirono nella stanza degli anziani genitori, anche Suntali, la cuoca settantenne, e Lati, la donna che lavava i piatti in totale silenzio perché non aveva mai imparato a parlare. La stanza era talmente affollata che non c'era posto per sedersi, quindi Gopi rimase sulla porta a guardare. Seduto su un cuscino in mezzo alla stanza, Prakash disfava le valigie e raccontava. Di come l'aereo avesse subito un ritardo, di come la sua fosse la scuola alberghiera più famosa, di come il professore gli avesse dato buoni voti.
Ritardo. Scuola alberghiera. Professore. Le parole straniere riempirono la stanza assieme agli odori e ai vivaci colori delle valigie appena aperte. Con studiata lentezza, Prakash tirò fuori dalla valigia un regalo dopo l'altro. Orologi luccicanti, morbidi involucri, giocattoli fatti con ingranaggi veri. I doni si susseguivano senza sosta, ognuno più affascinante, più nuovo e inverosimile dell'altro.

"Per te padre, un orologio. Quello che hai chiesto" disse Prakash.
L'uomo bevve un sorso di latte caldo e lo sputò fuori dalla finestra. "Il latte è troppo caldo" disse. La sua voce attraversò tagliente la stanza con la quotidiana ira della tirannia domestica. La nuora più anziana si alzò per prendere il bicchiere. Lo porse a Gopi, perché lo mettesse in una ciotola di acqua fredda. "Che tipo di orologio?"
"Un Rolex, Baba" rispose il fratello maggiore. Sfiorò le maglie, fatte d'oro massiccio. Era proprio come quelli pubblicizzati dentro la copertina di Time, con tennisti famosi e nuotatori olimpici.
"Un Rolex?" chiese l'anziano. Prese da sotto il guanciale la custodia degli occhiali, alitò sulle lenti per appannarle, quindi le pulì con uno straccetto giallo. Infine, inforcò gli occhiali sul naso e ispezionò l'orologio. Vi fu un minuto di silenzio; tutta la famiglia osservava l'uomo.
"Di prima classe" decretò infine. Prakash apparve sollevato. Era difficile accontentare il padre.
L'anziano aspirò una lunga, gorgogliante boccata dal suo hookah. "Ma le maglie non sono a ventiquattro carati" disse.
"È comunque oro" ribatté il fratello maggiore, tentando frettolosamente di mitigare l'insoddisfazione dell'uomo.
"Non oro vero". Lentamente, l'uomo bevve un lungo sorso di latte. "Il latte è troppo freddo".
In silenzio, la nuora più anziana prese il bicchiere d'acciaio e lo porse a Gopi, perché lo riscaldasse di nuovo.

Prakash aveva comprato una stola di cashmere per la madre. La donna toccò la lana, sospirò, aprì la cassaforte di metallo con il mazzo di chiavi che teneva appeso in vita e vi ripose dentro lo scialle. "È bellissimo, Babu. È bellissimo" lo rassicurò, con il tono di chi ha rinunciato a trarre piacere dalle piccole cose ma ancora finge di farlo. Quasi come per un ripensamento, spinse la mano più in fondo nella cassaforte e tirò fuori un pacchetto di zucchero cristallizzato per i bambini.
Oggi però i bambini non si lasciavano distrarre dalla banale dolcezza di un tesoro così comune. Sedevano incantati davanti a cose sconosciute, ma sicuramente più importanti. C'erano orologi svizzeri, meno appariscenti ma comunque autentici, per i fratelli. Per l'unico figlio di Prakash c'era un trenino giocattolo rosso e marrone che faceva "ciuf ciuf" e si muoveva su piccoli binari. Il trenino, lungo quasi due metri e mezzo, aveva finestrini veri e panche all'interno, e uno sterzo nella cabina del macchinista. Il ragazzino se ne stava lì seduto a bocca aperta mentre il padre gli porgeva l'enorme giocattolo.

Per le cognate c'erano scialli dagli eleganti colori grigio e marrone. Le donne presero gli scialli e se li posero in grembo, tutte composte. Il colori non erano particolarmente belli, ma c'era qualcosa nella loro stessa piattezza che indicava l'indefinibile marchio dell'autentica esoticità. Le donne li avrebbero indossati con orgoglio, non perché i colori donassero loro (non lo facevano) ma perché sapevano che tutti avrebbero immediatamente riconosciuto lo status di oggetti chiaramente importati. In seguito avrebbero parlato a lungo della qualità pessima, della tirchieria di Prakash Babu e di come sicuramente lui avesse regalato alla moglie una catenina d'oro, che però non faceva vedere agli altri membri della famiglia. Ma ora non c'era posto per le lamentele. Prendevano quello che veniva dato loro e facevano in modo di apparire soddisfatti.
I lucidi pacchetti avvolti nella plastica sembravano quasi finiti. Le bambine stavano già per ingoiare la loro delusione, quando lo zio frugò di nuovo nella borsa e tirò fuori cinque tavolette di cioccolato avvolte in oro e rosso, che diede alla più grande.
"Cioccolato" disse. La maggiore, Rita, accettò con solennità le tavolette, lanciando alle altre occhiate torve in caso avessero provato a togliergliele dalle mani.
"Voglio la carta" disse Rukmini cercando di prendere una tavoletta dalle mani della sorella. Sull'involucro, nello sfondo, brillavano argentee le Alpi.
Rita tenne la tavoletta sospesa sopra la testa. "Puoi tenerti la stagnola".
"La stagnola la voglio io!" ribatté Roshana, la più piccola.
"La divideremo in tre" disse Rita, suddividendo con cura la carta dorata in tre parti e porgendone una a ciascuna sorella. Le bambine ripiegarono i quadratini d'oro per usarli in seguito e li misero tra le pagine dei loro libri di testo, perché fossero al sicuro.
Rita spezzò il cioccolato e lo distribuì. Gopi osservava, sgomento e rapito, la fanghiglia marrone che colava dalla bocca dei bambini. Suntali, la vecchia cuoca, mise in bocca il suo quadratino, strizzò il viso come un limone rinsecchito e corse a sputare.
"Danne un po' a Gopi" rammentò Mami. Gopi, dieci anni e affamato di esperienze, aspettava con impazienza; alla fine gli porsero di malavoglia il suo quadratino di cioccolato. Tolse l'involucro di stagnola, un lucente, frusciante tesoro dorato. Si aprì in un quadrato perfetto e le increspature sparivano come per miracolo man mano che lui ci premeva sopra. Si cacciò in bocca il cioccolato. Un vago odore, come quello dell'alcol, ben presto cedette il posto a una spessa e amara fanghiglia anche sulla sua lingua.

Il sapore era così inatteso che Gopi voleva correre a sputare. Si guardò attorno. Le bambine erano estasiate e masticavano felici il cioccolato, gustandoselo. Sarebbe stato umiliante essere l'unico dei bambini a sputarlo. Dominò l'impulso, chiuse gli occhi, trattenne il fiato e mandò giù. Sapeva che le femmine lo avrebbero deriso se lo avessero visto fare come la cuoca. Loro ne volevano ancora, ma il cioccolato era sparito. Avrebbero dovuto aspettare qualche mese o anche qualche anno prima che un parente partisse ancora per l'estero.
La valigia ora sembrava proprio vuota. Non c'erano più doni da ricevere. Gopi, le papille ancora confuse da una sconosciuta amarezza, avvertì la delusione fin nello stomaco. Era già finita la festa? Non c'era proprio altro, oltre agli spigoli duri e netti di oggetti sfornati dalle macchine? Perché sembrava come se la certezza di un ignoto approdo si fosse clamorosamente infranta contro una promessa avvolta d'oro? Gopi sentì la fame di desideri insoddisfatti riecheggiargli nel vuoto dello stomaco.
Ci dovrebbe essere dell'altro, pensò guardando il coperchio della valigia vuota chiudersi di colpo.
"Oh, quasi dimenticavo" disse Prakash Babu togliendo con cura da una tasca laterale un pacchetto bianco, avvolto nell'argento. "Ecco il formaggio".
"Chij!" dissero i bambini. Gli occhi riflettevano il desiderio. Prakash aveva portato con sé una confezione di formaggio l'ultima volta che era tornato dalla Svizzera e i bambini lo avevano assaggiato. Da allora ne parlavano con deferenza, infilando disinvoltamente e misteriosamente nella conversazione la parola "chij". Nella sua ignoranza, Gopi si chiedeva perplesso perché continuassero a menzionare quella "cosa" che avevano mangiato. In nepalese "chij" significa semplicemente "cosa"1. Gopi non poteva certo sapere che il "chij" delle parole dei bambini era una cosa di monumentale importanza. Una cosa che era quasi ambrosia, quasi un cibo degli dei, reperibile unicamente in luoghi remoti. L'umile "cosità" della parola d'improvviso si avventurava nell'esotico aldilà dei sensi e risaliva avvolta in cartone e stagnola argentata, lievemente odorosa di fusi orari e jetlag, ricoperta dallo sporco delle sale d'attesa e dall'asettico crepitare della carta moneta. La parola di colpo acquisiva prestigio.

Adesso seguivano avidamente con lo sguardo lo zio che tirava fuori il pacchetto. Ne volevano un pezzo, ma sapevano che forse non l'avrebbero avuto. Nella stanza erano in ventisei. Prakash Babu porse la preziosa merce alla madre, delegandole la responsabilità di fare le porzioni. La signora chiese un coltello e, quando le fu portato, tagliò la piccola e tonda torta bianca in pezzetti disuguali. Gli uomini ebbero quelli più grandi. I bambini quelli più piccoli. Se li infilarono in bocca con ingordigia. Si sciolsero come burro, quei pezzetti bianchi, spariti in un secondo.
"No, grazie" disse la nuora più anziana quando la signora gliene porse un pezzo. Le nuore dovevano seguire le regole della modestia e non potevano accettare alcuna ghiottoneria. La signora, una devota bramina con un rigido regime di tabù alimentari, non mangiava nulla di preparato - e dunque inquinato - dal corrotto mondo là fuori. Pomodori, cipolle e aglio comparivano nell'elenco dei cibi proibiti. Evitava anche di usare il vetro, il cui grado di empietà non era dato di conoscere. Il formaggio, quindi, le era inaccettabile per tre motivi: primo per le sue origine pubbliche, secondo perché preparato da mani ignote e terzo perché legato all'atto impuro della fermentazione.
"Gopi, prendimi un piatto per favore" disse la signora. Nel tormento dell'attesa, Gopi corse di filato in cucina, prese un piatto e tornò in un minuto. Cominciò a sperare. C'erano parecchi spicchi bianchi nel piatto davanti alla donna. Magari sarebbe riuscito ad assaggiare quella cosa di cui i bambini parlavano in continuazione.
Un istante più tardi, il formaggio era quasi finito. Nel piatto ce n'era un'unica fettina. Gopi non ce la faceva più. Tutti i bambini masticavano soddisfatti. Che sapore aveva? Cos'è che lo rendeva tanto buono?
Gopi trattenne il fiato. Tutti ne avevano avuto un pezzo, anche la vecchia cuoca, che aveva sputato di nuovo la sua parte con la medesima aria di sofferenza in faccia. Mami avrebbe dato a lui l'ultimo spicchio?
"Mami, posso avere l'ultimo?" chiese Roshana. Roshana, la più piccola, sedeva composta e, per una volta, evitava di giocherellare continuamente con le croste del ginocchio scorticato. Roshana, che lui portava in giro in bicicletta e con cui giocava al volano tutto il giorno. Mocciosetta ingorda. Sapeva che Gopi se ne stava sulla porta. Sapeva che non aveva avuto neanche un pezzetto. Ma cosa poteva farci, lui? Non poteva chiederlo come invece era libera di fare lei.

"Non mangiarne troppo" disse distrattamente la nonna, porgendole l'ultimo spicchio. Gopi avvertì la delusione sprofondargli in corpo come un sassolino mentre la bambina si infilava trionfante in bocca il formaggio. Kookurni2. Sapeva che lui lo aveva agognato per tutta la sera. Lo sapeva, ma aveva ignorato Gopi come se lui non ci fosse nemmeno, nella stanza. Come se non esistesse.

Da quel momento, Gopi non riuscì a togliersi dalla testa il pensiero del formaggio. Lo desiderava a tal punto che era diventato una smania incessante nella sua testa, una smania che lo seguiva da sveglio e quando sognava.
Quella notte sognò il formaggio. Enormi dischi bianchi con dentro buchi giganteschi stavano appesi sul soffitto. Il suo corpo si muoveva a scatti, irrequieto, man mano che si arrampicava sul formaggio usando i buchi come appoggio per i piedi, fino ad arrivare in cima. A quel punto, vi affondò dentro i denti e intraprese la discesa a suon di morsi... no, un attimo, tutti i buchi sparivano e non c'era modo di scendere. Era come Kalidas, che aveva reciso il ramo su cui sedeva, rendendosi conto troppo tardi che stava cadendo dall'albero.
Il giorno dopo, mentre sfacchinava nell'orto a zappare e piantare cavolfiori e soia, pensava con vivo desiderio a quel morbido biancore in bocca.
Ci pensò così a lungo e intensamente da arrivare a capire che per lui l'unica cosa da fare era ottenerne un pezzo. C'era solo un piccolo problema: costava così tanto che persino le famiglie ricche non lo mangiavano. Anche se metto da parte tutte le monete che mi arrivano in mano, non riuscirò a comprare un etto di formaggio finché campo, pensava disperandosi. In cambio del suo lavoro, la signora gli dava cinque rupie al mese, il dal bhatt3, l'alloggio e i vestiti smessi dei figli. Le cinque rupie, che nel giro di dieci anni sarebbero diventate dieci, venti, cinquanta, cento, duecento e infine cinquecento, confluivano tutte nel giornaliero mantenimento della sua numerosa famiglia al villaggio, dall'olio di senape e il sale dei pasti quotidiani fino al tabacco pigiato nell'hookah del nonno.
Una settimana dopo essere giunto dal villaggio per lavorare in città, Gopi aveva scoperto l'esistenza della Nepal Dairy, un'istituzione che forniva il latte alle famiglie di Kathmandu. "Ve li ricordate i tempi in cui le mucche ancora giravano per le strade? Il latte era così fresco allora" rimpiangevano i vecchi, scordandosi che le mucche, con ogni probabilità, mangiavano l'immondizia in strada e fornivano un latte che aveva il sapore del vitto cittadino. Nei loro ricordi, le mucche, il latte e le grandi famiglie allargate si ammantavano di un'aura nostalgica. Erano quelli i tempi, ormai andati, i meravigliosi tempi in cui nessuno era costretto a bere latte in bottiglia. Ah, quelli erano tempi. Nessuno sapeva con precisione da dove provenisse il latte della latteria, ma si facevano lunghe e fosche congetture sulle sue impurità, la sua temuta composizione e il suo strano colore azzurrognolo.

Uno degli esotici articoli della famosa latteria, oltre il gelato, era il formaggio. Prakash Babu una volta vi aveva portato Gopi e gli aveva comprato un cono. La bocca gli si era quasi gelata dallo shock del freddo e lo zucchero gli si era attaccato al dente cariato, facendogli provare un momento di lancinante dolore. A causa di quel dolore, senza volerlo gli era spuntata una lacrima in un occhio, ma Gopi aveva sorriso dicendo che gli piaceva. Però ancora non aveva assaggiato il formaggio.

A Gopi occorsero vent'anni per realizzare il suo sogno. Vent'anni, durante i quali crebbe, si sposò, si fece crescere la barba, sviluppò un curioso difetto di pronuncia, difese con ardore la sua ambiguità verso la politica, costruì una casa, fece cremare il padre e riconsiderò la sua ripugnanza verso quel viscido ortaggio chiamato gombo. Durante tutto questo tempo, assistette tra l'altro all'interminabile flusso di parenti che, in aereo, partivano o facevano ritorno nel Nepal. Anche i suoi nipoti, che lui aveva aiutato a scuola, tornavano da paesi stranieri con valigie colme di regali. Tuttavia le sue responsabilità, che parevano aumentare di anno in anno, erano ancora così vincolanti da non permettergli di mettere da parte trenta rupie per comprare qualcosa di non strettamente necessario. La voglia di formaggio era diventata un sogno rinviato che lentamente gli maturava in testa, anno dopo anno. Dal giorno in cui Prakash Babu era tornato dalla Svizzera dovettero passare vent'anni prima che Gopi, il quale finalmente era riuscito a rimediare un tanto agognato lavoro in albergo, avesse a disposizione dei soldi in più per soddisfare il suo desiderio. In una giornata di un azzurro terso, costellata di macchie violacee dei fiori di jacaranda, Gopi salì sulla sua vecchia bicicletta cinese e pedalò verso la città. "Oggi vado a comprare del chij" disse alla vecchia cuoca, sferragliando attraverso il portone di lamiera ondulata nuovo di zecca.
"Perché vuoi spendere soldi per quel diabolico cibo? Puzza di marcio e sa di vomito". La vecchia cuoca era troppo vecchia per badare al linguaggio che usava, ma Gopi non intendeva lasciarsi dissuadere dalla sua missione.
"L'ho aspettato per quasi vent'anni, Didi" le confidò. "Non ho intenzione di fermarmi adesso".
Lainchowr distava quasi venti minuti. Il sole mandava raggi roventi, ma Gopi era così felice di sentire le banconote frusciare nel taschino che cantò il motivetto della pianificazione familiare per tutto il percorso, fino ai cancelli della Nepal Dairy.

In cortile c'erano grossi carretti pieni di bottiglie di latte. Tutto il posto odorava di latte che pian piano inacidiva, mischiato a quello decisamente rancido del grasso vecchio. Le antiche congetture sulle impurità del latte prodotto dalla Nepal Dairy erano infine diventate fatti, allorché sui quotidiani era comparsa la notizia. Quando la udì, Gopi era davanti al televisore.
Il latte della Nepal Dairy era radioattivo a causa dell'oscuro, quasi inspiegabile incidente tossico di Chernobyl. La Polonia, presa dall'affanno di sbarazzarsi delle vecchie scorte di latte in polvere, lo aveva scaricato sul mercato del Terzo Mondo. Un anno dopo che la notizia dell'incidente era rimbalzata sulle televisioni di tutto il mondo, i cittadini di Kathmandu un mattino si erano alzati, avevano bevuto il loro tè e letto i giornali agli angoli delle strade, scoprendo sgomenti che la radioattività stava ancora piovendo sul "Terzo Mondo" e che il Terzo Mondo erano loro. All'improvviso la notizia era diventata la loro vita, la loro storia. La cosa era un tantino inquietante.
Per un breve istante crollò la placida, sorridente facciata dei nepalesi, che si ribellavano alla radioattiva incursione nel loro intimo, un'incursione che penetrava nelle ossa e nel sangue. Per una breve settimana i ceti medi di Kathmandu si rifiutarono di acquistare il latte dalla Nepal Dairy Corporation. Le bottiglie si accumulavano nel cortile di Lainchowr e alla fine il presidente, disperato, andò in televisione a bere a garganella un'intera bottiglia di latte. Fece oscillare la bottiglia e urlò nello schermo: "Guardatemi! Sto bevendo questo latte! È il latte che i miei figli bevono ogni giorno!"
La gente era rimasta colpita. Non dalle sue frottole o dal dichiarare e assicurare che la sua famiglia beveva il latte della Nepal Dairy. Chiaramente tutti sapevano che un uomo scaltro come lui non avrebbe mai fatto niente di simile e che chiunque con un po' di buonsenso e di denaro comprava il latte in polvere dall'Australia. No, la gente era rimasta colpita dall'audacia del suo exploit, da quella retorica assolutamente brillante che sarebbe riuscita a indurre tutto un popolo a bere latte radioattivo semplicemente perché quelli della Nepal Dairy avevano intascato una generosa mazzetta dalle industrie polacche. L'audacia era allettante. La gente sapeva di venire esposta a sostanze cancerogene. Allo stesso tempo però, era costretta ad ammirare la veemenza, il pathos, il teatro dell'assurdo. Era costretta ad ammirare la fede politica dei leader, che parlavano con tanta convinzione e con il cuore in mano, e che credevano alle loro storie a tal punto da indurre i dissidenti a dubitare di ciò che sapevano. Pertanto, una settimana dopo il gran tumulto la gente, che aveva dato voce alle proprie obiezioni e quindi chiuso il capitolo della protesta politica, tornò alla propria vita di sempre e ricominciò a fare la coda fuori dalla latteria, per comprare la quotidiana bottiglia di latte azzurrognolo.

Gopi, che non si curava delle futuristiche possibilità del latte radioattivo, chiuse il lucchetto della bicicletta e raggiunse la coda che si snodava nel cortile fino alla finestra munita di grata. La gente faceva la fila per acquistare la razione quotidiana. Il corteo, sudato e polveroso, si trascinava lento verso la grata. Mentre Gopi aspettava, il sudore gli gocciolava dal viso. Dopo venti minuti giunse infine il suo turno.
"chij, Sauji" disse.
L'uomo, una riga nera di sporco lungo il bordo dei polsini di cotone azzurro, lo squadrò da capo a piedi con impazienza.
"Quanto?" chiese. Aveva da fare. Non gli piacevano gli ordini da poco.
"Trenta rupie" rispose Gopi d'un fiato.
L'uomo tirò giù da una mensola sopra di lui una grossa e gialla forma rotonda. Gopi, che lo osservava con apprensione, si impensierì. Il formaggio, alla fioca luce filtrata, appariva giallo. L'altro formaggio era bianco. Mentre l'uomo ne tagliava una fetta, Gopi chiese con riluttanza: "Ma il formaggio non dovrebbe essere bianco?"
"Beh, sì, se di solito prendi quello svizzero" ribatté l'uomo con umorismo villano. "Qui abbiamo il formaggio della latteria oppure quello di yak. Quale vuoi?"
Lo yak era un animale relativamente familiare eppure poco conosciuto. Per uno come Gopi, nato e cresciuto nelle colline, l'idea dello yak si contaminava di pericolosi e ignoti tabù.
"Quello della latteria" rispose esitando.
L'uomo, esasperato dalla lentezza della decisione, tagliò svelto una fetta, raschiò i bordi e incartò il resto in un pezzo di giornale.
"Poi?" chiese, porgendo il formaggio.
"Basta così" rispose Gopi con una vena di timore nella voce, mentre tendeva il suo frusciante mazzetto di banconote. Non vedeva l'ora di metterselo in bocca. Allo stesso tempo, adesso che teneva in mano quella cosa aveva paura di sapere. E se non fosse stata all'altezza delle sue aspettative?
Il cortile era pieno di gente che litigava per arrivare davanti prima che il latte finisse, cosa che accadeva spesso. Gopi ne uscì a piedi, stringendo in una mano il suo prezioso formaggio e con l'altra trascinandosi dietro la bicicletta. Mentre usciva, un cane rognoso si avvicinò a grandi passi, dirigendo verso la borsa di plastica il muso caldo e umido. "Ja! Ja!" gli gridò contro Gopi. Il cane, prevedendo imminenti percosse, si allontanò a lunghi balzi, avvilito.

Gopi appoggiò la bicicletta contro il muro che circondava il Palazzo reale e si issò su una bassa sporgenza. Lentamente, aprì il prezioso involucro. Dentro c'era un grosso triangolo di chij color avorio. Lo sollevò da un lato e lo portò piano alla bocca. L'odore era leggermente rivoltante, ma Gopi non aveva intenzione di lasciare che un odore ora gli impedisse di assaggiare quella cosa.
Gli diede un morso. I denti vi affondarono morbidi, appagati. Sentì la saliva avvolgerlo in un gorgo. In bocca gli si formò un lieve sapore come di ammuffito, sudaticcio, fungino. Masticò ancora, ma il sapore diventava via via peggiore, più intenso, passando da quello di funghi a quello di grasso lattiero in decomposizione, da quello di grasso lattiero in decomposizione a quello di biancheria sporca, da quello di biancheria sporca a una specie di vuoto esistenziale, un qualcosa di vomitevole in bocca. Inorridito, mandò giù.
Mandar giù fu un rigurgito in direzione opposta. Non appena ebbe deglutito, il suo corpo reagì, il suo stomaco reagì e Gopi fu preso da conati di vomito presso le mura del Palazzo reale. I conati proseguirono fino a che tutto il formaggio non venne fuori. Gopi si pulì la bocca dal muco giallastro. Si guardò attorno imbarazzato per controllare che nessuno lo avesse visto vomitare. Aveva mangiato la cosa, ma era come se non fosse stato lui a mangiarla, era come se la cosa avesse mangiato lui. Tutto quel desiderio giù, in fondo allo stomaco, era stato rigettato fuori assieme al muco giallo. Lentamente si asciugò la fronte, si legò al collo una piccola sciarpa e pedalò verso casa.



(1) Gioco di assonanze tra il nepalese chij = cosa e l'inglese cheese = formaggio (N.d.T.).
(2) Puttana (N.d.T.)
(3) Piatto nepalese assai diffuso, a base di riso, verdure e lenticchie speziate (N.d.T.).



Testo segnalato da: Buràn
Link alla versione originale: Qui

No comments: